Giancarlo Guerrato (Guerca)

25123 Brescia (BS)
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Italia
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Ho chiamato MEDIASCRIPTURA questo mio nuovo modo di dipingere perché lo strumento che usoé il computer e ciò che trasmetto sulla tela é un pensiero scritto con un alfabeto segnico che titola l’opera.

Hanno scritto su questo argomento:

Pittura e stato d’animo: un alfabeto per l’emozione.

Appunti per la ricerca astratta di Giancarlo Guerrato

Mauro Corradini


1. Il secolo che abbiamo appena chiuso ha favorito la definizione dell’arte come emozione, stato d’animo, espressione (ed espressionismo ne è diretta derivazione nominale); difficile uscirne, toccando cuore e cervello, coscienza e spirito: ancor oggi, mutati i registri e le procedure, l’arte sembra voler percorrere e ripercorrere i sentieri dell’emozione, esponendo le tensioni individuali dell’artista. Muta -è mutato- di conseguenza il ruolo critico, non più custode di una tradizione e di un’abilità, da sottolineare e conservare, da cui derivava la funzione di guida, di maestro, con conseguenti correzioni sintattiche, incoraggiamenti, indicazioni di linee (temi e contenuti) da seguire e perseguire; il critico si fa biografo del talento, svela e rende meglio comprensibili -a volte- gli sforzi dell’artista di penetrare in se stesso, delinea le coordinate, nei casi migliori, attraverso cui è forse più agevole avvertire, se non proprio comprendere, la coscienza che l’opera disvela. Libro aperto ma enigmatico, ambiguo, l’opera d’arte si rivela attraverso meccanismi di difficile comprensione, attraverso linguaggi in cui la memoria, la nostalgia, la consapevolezza si uniscono in procedure che solo in minima parte sono riconducibili alle vicende artistiche che la storia ci ha consegnato.
In questa vicenda che le parole traducono in termini sintetici, ma ci si augura non ermetici, si colloca la storia artistica di Giancarlo Guerrato, che si è firmato a lungo con lo pseudonimo “Guerca”, e con tale firma appare sui ritagli di stampa degli anni settanta o con il nome ridotto di Carlo. Sono ritagli lontani; ci aiutano a comprendere i primi passi. La professione di grafico pubblicitario, i successi in una professione che unisce scrittura e immaginazione, i contatti con l’architettura -ma architetto non è mai solo un titolo accademico, è una qualità dello spirito, la capacità di misurare lo spazio in termini poetici- sono i riferimenti da cui partire; dalle opere giovanili, dalle riproduzioni ritrovate nelle cronache di alcuni concorsi, di rassegne collettive, si ritrovano accostamenti con la cultura del tempo, si ritrovano gli amori e le passioni di un giovane che vuole dedicarsi all’arte.
Le prime immagini di Guerrato al rigore impaginativo uniscono il senso del colore: sono le due polarità attraverso cui l’arte di Guerrato si presenta. Ai nostri occhi riecheggia un percorso artistico che ha avuto un esito in virtù proprio dell’espressione astrattista, che, pur apparsa negli anni dieci, è diventata dominante come tendenza poetica nel secondo dopoguerra. Se è pur vero che esiste un ampio periodo figurativo in Guerrato, tale tendenza si evidenzia per rigori geometrici, per ritmi strutturali, più che narrativi. Per questo, di astrattismo di natura geometrica è bene parlare nella preistoria di Guerrato, anche quando riemerge la figura, per meglio comprendere le scansioni che il pittore utilizza nelle opere attraverso cui esprime il suo iniziale sentimento del mondo; un senso di stupore, di magia compresa, quasi di tacito ammiccamento domina nelle opere di oltre trent’anni or sono. In questo suo dialogo con il lettore, Guerrato sembra voler affermare le nuove misure che il mondo impone. E si inserisce in quelle, ordinando i paesi rappresentati come cucuzzoli collinari, accostando le case le une alle altre, con composizioni e strutture che nella modernità dell’impianto rinviano al medioevo gotico di miniature inventate.
La professione, con le sue aperture culturali e bisogni, i successi anche e le sue interne frenesie, non ha concesso a Guerrato di dedicarsi compiutamente all’arte e alla ricerca; la pubblicità è venuta evolvendosi in fretta, e ha insegnato all’anima architettonica del pubblicista di farsi carico dei nuovi materiali, che diventavano nuovi linguaggi. Dal suo ambito professionale, Guerrato ha dovuto accantonare la ricerca artistica. E solo quando l’età ha consegnato all’artista un tempo non limitato al recupero delle energie, è ripartita in lui la voglia di fare, di ritornare non diciamo giovane, ma all’attività che in giovinezza gli aveva aperto sogni, speranze, utopie, viaggi verso quei paesi che hanno per l’occhio un sapore antico, e ci parlano di strutture edilizie che sembrano trascrivere nello spazio concetti antichi, accostamenti solidali, regolari gerarchie, di un mondo im-possibile; l’arte è sempre rivoluzionaria, e l’artista, il flemmatico, il melanconico, è allontanato dalle corti e dai luoghi del potere politico come elemento ingombrante, inutile, potenzialmente pericoloso (non sembri casuale se nelle commissioni per l’urbanistica, per la tutela del territorio, per i piani regolatori delle città siano inseriti numerosi tecnici e mai, o quasi mai, gli artisti).
Quando il tempo di riposo è apparso sufficiente all’impresa, Guerrato ha ripreso in mano i pennelli; già, i pennelli. Ma per uno che attraverso la pubblicità e i nuovi media non sapeva nemmeno come riprenderli in mano; per uno che non conosceva ormai più le ditte produttrici (le marche) degli acrilici, delle tempere, degli oli; per uno che si era di necessità immerso -e aveva trovato valori ed energie insospettate- nel mondo della pubblicità, riprendere i pennelli diviene solo un’espressione, un modo di dire. Confesso che non gli ho nemmeno chiesto se ha provato a ridipingere, a pittare, come si diceva.
Sono convinto che Guerrato, giunto alla decisione di riparlare di arte, si sia messo a riguardare i pennelli, forse ne ha acquistati di nuovi, li ha intinti in qualche barattolo, scampato per avventura alla distruzione del tempo; e sono convinto che ha immediatamente compreso che non poteva più dipingere. Il suo pennello era ormai una tastiera, un piccolo sorcio che si muove a nostro comando, ha solo un buffo orecchio centrale che ruota, e due narici che, schiacciate, inviano segnali alla tela, una struttura rettangolare non dissimile da quella su cui lavoro anch’io; la mia dà solo parole, qualche segno di interpunzione, poche altre note tipografiche; quella di Guerrato contiene un mondo di colori e di tracce, che io francamente invidio, ma non so cavare né dalla mia tastiera, né dal mio topolino che corre assai meno, un po’ anchilosato e legato a un solo movimento.


2, 1. Riprendere a dipingere per Guerrato è stato riprendere il computer, utilizzare le parole apprese nel lungo cammino professionale, più di trent’anni fa, ma per dire altre cose; non più per invitare verso un dentifricio o un paio di occhiali, un gioiello o un detersivo, ma cercare dentro, nei cumuli e negli affanni del quotidiano, cercare per gli altri, e per sé in primo luogo, perché quando si è presi dal lavoro, a volte non si ha nemmeno il tempo di guardare dentro se stessi. E forse ha benedetto gli acciacchi fisici che hanno frenato il lavoro, il maggior tempo residuale dovuto al rallentamento professionale, il bisogno sempre più urgente, timidamente all’inizio e poi dominante, di dare voce a quel che premeva dentro. Un grande poeta delle mie parti, parlando di se stesso che invecchiava (“Invcend”), ha affermato che la poesia traduceva la sua volontà di dire “in dialetto, quel che aveva sempre tenuto dentro in italiano”(Cesare Zavattini).
Quando si riaccosta all’immagine, riprende a “dipingere” (ma abbiamo già chiarito che non utilizza più i pennelli), immediatamente Guerrato comprende che non vuole più parlare di ciò che vede, ma vuole esprimere solo ciò che sente: della sua pittura con larghe aperture figurative (i volti, i paesi, le composizioni dei paesaggi) riprende solo lo spettro astrattista. Ha costruito un piccolo quaderno, per sé e per gli amici, e a fianco delle immagini, ha aggiunto frasi, riflessioni, ha descritto momenti personali, parole che lo aiutano a penetrare le forme, quelle figure illuminate dai colori del computer, colori innaturali, violenti a volte, per trascrivere un universo segreto, che ha voce solo in quel torpore della coscienza in cui si animano le presenze misteriose che cantano nell’animo. Non a caso, il nostro secolo si apre certamente con l’espressionismo, ma si apre quasi contemporaneamente o subito dopo, con la metafisica, l’attesa di un oltre, di un dio laico che risvegli dal sonno e ci illumini di meraviglia.
Ricominciare a dipingere, per Guerrato, è stato un ritorno al futuro, un ritorno alle origini del proprio io che vuole manifestarsi, rendere esplicite le individuali emozioni, utilizzando un linguaggio aggiornato, aperto al futuro: parla di mediascrittura l’artista bresciano (nella nostra città da una vita, nonostante l’origine polesana), per indicare da un lato la componente comunicativa, la scrittura, e dall’altro la componente mass mediale, l’immagine digitalizzata, predisposta da computer, seguendo i ritmi di una immaginazione, a metà strada tra le pulsioni dell’animo e le spinte formali del mezzo.
Lo scarto nei confronti della produzione giovanile non poteva essere più netto; l’artista si propone in un “villaggio globale” e utilizza i linguaggi della nuova sensibilità mass mediale; consapevole ormai che la scelta astrattista è ormai accreditata, elimina ogni residuo iconografico, e lascia che il segno, la traccia, la forma cromatica si distendano sulla tela con le procedure di strumenti che una differente abilità consente di controllare. Le antiche cromie ancora vagamente mimetiche sono ormai lontane; Guerrato utilizza i colori come espansione emotiva.


2, 2. L’immagine di Guerrato non nasce da riferimenti iconografici; è completamente astratta. Vive cioè su pulsioni espressive che non hanno un’origine mimetica, rappresentativa; nella struttura e nelle procedure compositive, l’opera riassume in sé mille forme della tradizione artistica, ricorda le anamorfosi di lontana memoria, ricorda le figure che un secolo di astrazione ha prodotto; sovente tuttavia sembra trascrivere le scansioni “impazzite” di un mezzo tecnico che accosta troppo rapidamente immagini differenti rendendole illeggibili, costruisce movimenti ondulatori che appaiono ai nostri occhi una sorta di refuso iconografico, risultato di una macchina che ri-elabora da sola immagini accumulate in un processo di costanti sedimentazioni di imput differenti.
L’opera parte de un impulso interiore, erede della cultura surrealista, che aveva elaborato la teoria del gesto automatico; solo che il gesto non è più depositato dalla mano che si muove libera con uno strumento tradizionale (matita, pastello, pennello); il gesto automatico è desunto da un mezzo tecnico, di cui si conoscono i segreti e le potenzialità.
Di certo, l’opera digitale, che Guerrato crea, esce dagli schemi ordinari tanto della rappresentazione (e/o mimesi), da cui è per scelta lontanissima, quanto dell’astrazione tradizionale, sia quella geometrica, che in una certa misura è maggiormente correlata al cammino artistico del “Nostro”, sia quella informale, che a volte emerge nell’intreccio dei segni spontanei, lievi o violenti, ma purgata da quelle tracce, segni, grumi, colature che dell’informale costituiscono l’aspetto più connesso all’emotività.
Guerrato dipinge ondulate misure, dismisure più spesso, perché tende a definire sul supporto, una tela predisposta alla stampa di origine digitale, i suoi pensieri, le sue riflessioni sulla vita, le sue inquietudini. Forse a monte avvertiamo il personale desiderio di dar voce alla nuova sensibilità che l’anagrafe ha prodotto, avvertiamo il disagio nei confronti di un contesto sociale in cui siamo tutti immersi, un vivere che si comprende ma ci appartiene sempre meno, sopravvissuti di un’epoca in cui il mondo contadino, con i suoi ritmi, regolava la vita degli uomini, costretti a vivere in un’altra diversa dimensione: “frequentemente le mie indecisioni creano una gran confusione”; “il mio percorso [di vita] è stato piacevole, ma anche molto duro”; “dopo ogni malanno occorre una fase di riabilitazione”, sono le indicazioni verbali che l’artista aggiunge, da cui ricava alla fine il titolo dell’opera, ma fungono anche da molla, per la mano che crea forme, figure, tracce visibili di un intricato mondo interiore.
Per dare senso a queste immagini, l’artista ha aggiunto un vocabolario, una struttura segnica che definisce le lettere di un alfabeto inventato, costruito rigidamente sui parametri binari di una simbologia astratta. È un vocabolario allegato ad ogni opera, una sorta di supporto di idee e pensieri per la lettura; serve a decodificare l’emozione che attraversa lo spazio dell’immagine, dà il titolo all’opera, suggerisce un’idea, un sentimento, favorisce un’interpretazione. Segni e figure, lettere entrano visivamente nel gioco dell’immagine; si possono leggere unitariamente alle scansioni formali che l’artista suggerisce, o si possono leggere come indicazioni aggiuntive, legende visive. Sempre l’artista è alla ricerca di alfabeti perduti, alla ricerca di parole, magie, suggestioni ritrovate in fondo all’animo e intraducibili nelle lingue correnti.
Chi scrive non ritiene indispensabile leggere il testo; il titolo ad un tempo indica un percorso, ma anche svia, perché l’arte è quello strano luogo in cui l’artista, attraverso il simbolo iconografico, ci svela verità e ci racconta bugie, “convincenti bugie” diceva Picasso. Quel che viene al lettore emerge ancor più che dal titolo, dalle accensioni cromatiche, dai movimenti delle forme che si distendono e si aggrovigliano, ora lente, ora armoniose, a volte violente e quasi scomposte, emerge dai movimenti incontrollati delle libere figure sulla tela, dagli arresti, dalle accelerazioni, dalle cromie, legate al mezzo utilizzato, e dunque profondamente calate nella quotidianità delle figure che ci investono da ogni luogo: non c’è specchio o vetrina che non ci rinvii un colore. Non dunque i titoli e le parole; nell’arte visiva, sono le strutture formali a comunicare sentimenti ed emozioni nel loro stesso proporsi.
Il lettore non può che affidarsi alle cadenze quiete della visione; abbandonarsi all’immagine; vivrà sensazioni e sentimenti diversi, ma fondamentalmente simili ai propri, dal momento che tutti attraversiamo il medesimo mare, incontriamo le medesime onde, contraddizioni, illusioni di porti rasserenanti vicini e paure per onde minacciose che si levano sulle nostre fragili zattere.
Ritmi che conducono e traducono e tradiscono le nostre quotidiane frenesie, le nostre nevrosi, gli inesausti desideri; colori che psicologicamente ci accendono o ci raffreddano, secondo regole gestaltiche ben note alla storia dell’arte e a chi commercia quotidianamente con l’universo dell’immagine, figure che appaiono come l’emergere improvviso e sovente incontrollato dei mostri interiori, o aprono spiragli di sogno, in quei contrasti che riportano ognuno di noi al vuoto vano della sera, quando la realtà sparisce e il mondo si anima di figure. Miti, misteri, vertigini.
Credo che Guerrato condensi, attraverso una dimensione espressiva maturata nel volgere breve degli ultimi anni, l’esperienza sensibile di una cultura visiva, cui forse ha sempre sotterraneamente pensato e solo ora si è deciso a ricondurre a forme leggibili. Con tutte le difficoltà del caso, con tutte le incertezze di un passaggio dall’idea al pensiero, costruito sulle solide ragioni di chi si è formato con l’idea che l’opera possa comunicare emozioni: “Una sensazione impressa nella tela, un alfabeto criptato che titola l’opera, una fusione cromatica” scrive l’artista; e sono le regole che Guerrato ha posto a guida del suo operare, per comprendere la sua mediascriptura.
L’opera trascrive una visione interiore, che ha senso solo attraverso il mezzo utilizzato; fuori dal computer, oltre il moloch tecnologico che tutti ci sovrasta, l’immagine rimane solo una sequenza di sensazioni, emozioni individuali che non hanno voce, non trovano espressione; come accade quando “sentiamo” qualcosa, ma non sappiamo definire cosa sia.
L’arte da sempre dà voce alle emozioni individuali; parla al cuore e al cervello.
Per questo, probabilmente, andrebbe più ascoltata di quanto non accada, perché serve a sciogliere matasse di sensazioni confuse in cui siamo immersi e che sovente non abbiamo nemmeno il tempo di ascoltare; l’arte a volte le ascolta per noi, dà loro forma, le traduce in immagini; alle quali è bello affidarsi, perché possono aprirci universi inesplorati.

Brescia, gennaio 2007